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Gay & Bisex

La prima volta di Lucio


di Membro VIP di Annunci69.it Kimboy74
27.05.2026    |    4.486    |    5 9.4
"Poi crollò su di te, il petto sudato sulla tua schiena, il respiro caldo sul collo, il suo cazzo che si ammorbidiva dentro di te, lasciando un rivolo di sperma che ti colava giù per la coscia..."
Il pomeriggio che cambiò tutto

Era una domenica, l’unico giorno in cui i mercati chiudevano. Sua madre era andata dalla zia, suo padre a giocare a carte al bar. La casa odorava ancora di fritto della sera prima, un misto di olio e pesce che ti rimaneva appiccicato ai vestiti. Lui ti aveva detto di venire, con quella voce un po’ roca che aveva da quando gli era cambiata l’estate scorsa. «Ti faccio vedere una cosa», aveva detto, e tu eri corso senza pensarci, come facevi sempre.

Adesso eravate seduti sul divano sfondato, le molle che spuntavano dalla stoffa, e sul televisore a tubo catodico scorrevano immagini sgranate di un film porno. Una donna bionda, con le tette grosse, veniva presa da due uomini. Loro la tenevano a quattro zampe, e il cazzo di uno le scompariva in bocca mentre l’altro le entrava nella figa da dietro. Tu guardavi senza capire bene, il cuore che ti batteva forte, le mani sudate.

Lui aveva il fiatone. Lo sentivi respirare più veloce, e di sottecchi vedevi che si era slacciato i pantaloni, quelli di tela blu con la cerniera mezza rotta. Sotto teneva un paio di mutande bianche, e il cazzo gli spuntava già duro, dritto, la punta che spingeva contro il cotone, lasciando una macchia scura di pre-eiaculazione.

«Che fai?», mormorasti, ma la voce ti uscì stridula, impaurita.

«Niente, guarda», disse, e si tirò giù le mutande. Il suo cazzo sbucò fuori, grosso, la pelle tesa e rosata, il pisello gonfio, le vene in rilievo. Era la prima volta che vedevi un cazzo da vicino, e non era quello di un disegno o di una fotografia: era vivo, pulsava, e sembrava caldo come il vapore che usciva dalla bocca d’inverno.

«Non mi piacciono queste cose», ripetesti, ma la tua voce era appena un sussurro. Lui ti guardò, e nei suoi occhi c’era una luce che non avevi mai visto: un misto di desiderio e di paura, ma anche una tenacia che veniva dalla fame, dalla voglia di rompere la monotonia di quelle giornate al mercato, dalla solitudine di due corpi che crescevano senza sapere a chi appartenere.

«È bello», disse, e la sua mano si posò sulla tua nuca, le dita callose che ti sfioravano i capelli. Tu restasti immobile, paralizzato. Poi, con una pressione gentile ma ferma, ti spinse la testa verso il basso, verso il suo grembo. Il suo cazzo ti sfiorò la guancia, caldo, umido, con un odore di pelle e di sale, di muschio e di sudore.

La tua bocca si aprì quasi da sola. La punta del suo cazzo ti toccò le labbra. Sentisti il sapore: salato, leggermente amaro, metallico. La lingua uscì, involontaria, e leccò via quella gocciolina di pre-sperma che gli brillava sulla punta. Lui emise un gemito, un suono strozzato, come se qualcuno lo avesse preso a pugni in pancia.

«Sì, così», sussurrò, e la sua mano ti spinse più giù, finché il cazzo non ti entrò in bocca. Eri impacciato, i denti che sbattevano, la saliva che ti colava dal mento. Ma lui era paziente, e con la mano ti guidava, accarezzandoti la nuca, mormorando parole che non capivi, finché non trovasti il ritmo, la lingua che avvolgeva la verga, le guance che si incavavano.

Lo sentisti sussultare, il respiro che diventava affannoso, le nocche della mano libera che si piantavano nel cuscino del divano. Poi un gemito più lungo, più profondo, e la sua sborra ti schizzò in bocca: calda, densa, con un sapore di gesso e di mare. Deglutisti istintivamente, e lui ricadde all’indietro, ansimante.

Il momento della svolta

«Ora tocca a te», disse dopo un po’, quando il respiro si fu calmato. Ti guardava con un sorriso storto, gli occhi lucidi. Si inginocchiò davanti a te e ti abbassò i pantaloni, quelli di felpa che portavi sempre, con le ginocchia sformate. Tu tremavi, ma non avevi paura. Sentivi che ciò che stava per accadere era la cosa più giusta del mondo, anche se non sapevi spiegarti perché.

Le tue mutande avevano una chiazza bagnata davanti, l’umore che colava, e lui la sfiorò con un dito, ridacchiando piano. Poi te le sfilò, e il tuo cazzo venne fuori, dritto, sottile, la pelle liscia e bianca, il prepuzio retratto. Lui lo guardò per un attimo, poi lo prese in bocca, e tu sentisti il calore umido avvolgerti, la lingua che ti girava intorno alla punta, la mano che ti massaggiava le palle. Non durò molto: il piacere era troppo intenso, e in pochi secondi venisti, con un sussulto, la sborra che gli riempiva la bocca. Lui deglutì, e tu crollasti sul divano, esausto.

La prima volta nel culo

Ma lui non si fermò. Si alzò, andò in cucina, e tornò con la bottiglia d’olio di semi. «Girati», disse, con voce roca. Tu obbedisti, mettendoti a quattro zampe sul divano, il sedere nudo esposto, le ginocchia che affondavano nei cuscini. Sentisti l’olio freddo sui tuoi glutei, le sue dita unte che ti massaggiavano l’ano, che ci premevano contro, che lentamente, dolorosamente, entravano dentro.

«Rilassati», mormorò, e le sue dita scavavano, allargavano, preparavano il passaggio. Poi sentisti il suo cazzo premere contro la tua apertura, caldo, duro, con una punta che sembrava un pugno chiuso.

«Fa male?», chiese, ma era già troppo tardi. Una spinta, e il cazzo ti entrò dentro, lacerando qualcosa che non sapevi di avere. Un dolore che ti mozzò il fiato, un senso di invasione, di pienezza, di bruciore. Strillasti, ma lui non si fermò. Una seconda spinta, più profonda, e sentisti la punta che toccava un punto dentro di te, una scossa elettrica che partiva dal culo e ti saliva lungo la spina dorsale, facendoti gemere.

Lui iniziò a muoversi, piano all’inizio, poi più veloce. Ogni colpo di reni ti faceva sobbalzare, il corpo che si scontrava contro il divano, l’aria piena di suoni umidi, di respiri spezzati, di gocce di sudore che cadevano dalla sua fronte sulla tua schiena. Le sue mani ti tenevano i fianchi, le dita che scavavano nella carne, mentre il suo cazzo ti riempiva e si ritraeva, mostrandoti la verga lucida di olio e sangue.

«Ti piace?», ansimava, e tu non sapevi rispondere, perché il dolore si era trasformato in qualcosa di diverso, un prurito profondo, un bisogno di essere riempito, di essere posseduto. Annuisti, la testa che ciondolava, e lui spinse più forte, il suo pube che sbatteva contro le tue natiche, le palle che ti schiaffeggiavano il perineo.

Sentisti la sua sborra calda che ti riempiva l’intestino, a fiotti, mentre lui urlava il tuo nome, il corpo che sussultava, le braccia che ti stringevano forte, quasi a spezzarti. Poi crollò su di te, il petto sudato sulla tua schiena, il respiro caldo sul collo, il suo cazzo che si ammorbidiva dentro di te, lasciando un rivolo di sperma che ti colava giù per la coscia.

Rimaneste così per minuti, senza parlare. Fuori si sentiva il rumore dei passeri, l’odore dell’estate che entrava dalla finestra socchiusa. Il mondo era cambiato, e voi eravate due corpi che si appartenevano, anche se nessuno lo avrebbe mai saputo.
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